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Itinerari

Tra castagneti, laghi glaciali e prati pascolo a Sassalbo

Escursione giornaliera nell'alta Valle del Rosaro

L’alta Valle del Rosaro è un’area situata nella parte più settentrionale del Comune di Fivizzano, provincia di Massa Carrara, inclusa nel Parco Nazionale dell’Appennino Tosco-Emiliano, riconosciuto come Riserva di Biosfera MAB UNESCO.

Questa zona offre una varietà di emergenze storiche e naturalistiche, che comprendono elementi geologici e botanici. Tra le caratteristiche più rilevanti si trovano castagneti, faggete, prati pascolo, sorgenti, valli glaciali, torbiere, ghiacciaie, detriti morenici, aree soggette ad erosione accelerata e Gessi Triassici. I castagneti, le faggete e i prati pascoli contribuiscono alla biodiversità dell’area, offrendo habitat distinti per una grande varietà di specie animali e vegetali. Le sorgenti d’acqua forniscono risorse idriche vitali e contribuiscono alla creazione di ambienti unici. Le valli glaciali, i detriti morenici e le torbiere testimoniano l’influenza passata delle glaciazioni, mentre le aree ad erosione accelerata indicano processi geologici dinamici.

Infine, la presenza dei Gessi Triassici aggiunge un elemento geologico distintivo, rappresentando formazioni rocciose risalenti al periodo Triassico, raramente visibili altrove. Complessivamente, l’alta Valle del Rosaro emerge come un’area di notevole interesse naturalistico e storico, integrata nel contesto di un Parco Nazionale. 

Dall’incantevole borgo montano di Sassalbo, ci si avventura lungo l’antica Via dei Lombardi (CAI 98). Inizialmente il percorso attraversa i castagneti secolari che circondano il paese. Attraversato il suggestivo Torrente Rosaro su un pittoresco ponticello, la via prosegue tra le faggete d’alta quota fino ad un crocevia dove è stata recentemente realizzata un’area picnic con barbecue. Da questo punto, una deviazione verso destra (CAI 96) per circa 200 metri conduce all’incrocio con la SS63, nei pressi di una casa cantoniera. Superata la strada, il sentiero (CAI 96A) in breve conduce fino al Lago Padule, situato alla base della Valle di Pezzalunga, caratterizzata da uno dei circhi glaciali più ampi di tutto l’Appennino.
Proseguendo lungo il lago, si affranta una salita di circa 500 metri fino a raggiungere il Passo Crocetta e, successivamente, il passo del Cerreto (CAI 00). Il percorso continua poi fino al Passo dell’Ospedalaccio, un punto panoramico affascinante che si affaccia sia sulla Toscana che sul versante Emiliano.
Da qui, il sentiero (CAI 100) discende fino al Canale dell’Acqua Torbida, costeggiando prima un’area soggetta ad erosione accelerata, cioè un’ampia frana naturale, e sucessivamente un affioramento di scaglia rossa. Si raggiungono quindi dall’alto i Prati Pascoli di Camporaghena, costellati di doline, offrendo uno spettacolare panorama sulle vette che hanno accompagnato l’intero percorso.
Scendendo attraverso noccioleti selvatici, si giunge alla maestosa falesia bianca di gessi triassici, per attraversare nuovamente il Canale dell’Acqua Torbida ed il torrente Rosaro, che qui costituiscono un’ampia ‘fiumara’ di detriti. 
In breve il percorso conduce al pittoresco borgo di Sassalbo, punto di partenza dell’avventura.

Lungo questo percorso tematico, frequenti pannelli illustrativi guidano il visitatore alla scoperta delle sue peculiarità.

  1. Prima tappaSassalbo

    Sassalbo è un antico e affascinante borgo di montagna, avvolto in boschi secolari di castagno, il cui nome trae origine dal vicino affioramento di gessi triassici, infatti ‘sasso albo’ significa sasso bianco. 
    Le case, spesso ornate di maestà e antichi portali in pietra arenaria locale, si affacciano su pittoresche stradine e piazzette, dove un tempo si svolgeva la vita socio-economica tipica di un paese di transito. Sassalbo occupava infatti una posizione strategica cruciale, trovandosi al crocevia tra due antiche strade: la Via dei Lombardi e la Via Parmigiana, che collegavano la Lunigiana alla Pianura Padana. Questa posizione di passaggio ha lasciato nei suoi abitanti un profondo senso di accoglienza che ancora oggi fa parte della loro identità. 
    Per lungo tempo il borgo è stato conosciuto come ‘il paese senza camini’ a causa della presenza di numerosi seccatoi, privi di comignoli, che ancora oggi in ottobre fumano dai tetti per essiccare le castagne e produrre una pregiata farina dolce, che in Lunigiana gode del riconoscimento europeo DOP, contribuendo al prestigio gastronomico della zona.

    A Sassalbo si trovano anche la sede e un centro visite del Parco Nazionale dell’Appennino Tosco-Emiliano, che aggiungono un ulteriore elemento di interesse a questo affascinante borgo di montagna.

  2. Seconda tappaLa Via dei Lombardi

    La Via dei Lombardi rappresenta un percorso storico ricco di significato, poiché è un’antica via di comunicazione, percorsa un tempo da mercanti e pellegrini. Ancora oggi è in parte selciata e racchiusa da imponenti muretti a secco, costruiti con detriti morenici di origine glaciale, ricavati dallo spietramento dei castagneti circostanti. Questo antico itinerario ripercorre una pista perenne transappenninica Romana, già menzionata nell’860 d.C., che attraversava Sassalbo, collegando il Mar Tirreno a Reggio Emilia e Modena.
    E’ conosciuta anche come Via Modenese perché diretta a Cerreto, che tra il XVI e il XIX secolo faceva parte dello Stato Estense, con Modena come capitale.

  3. Terza tappaIl castagneto

    I castagneti da frutto sono habitat di interesse comunitario, considerati autentici scrigni di biodiversità a causa delle molteplici relazioni che il castagno intreccia con moltissimi esseri viventi. Il castagno, in origine parte del bosco misto, ha iniziato ad essere coltivato nel Medioevo per la sussistenza delle popolazioni di montagna. Da allora, ogni anno a partire dal 29 settembre, giorno di San Michele, patrono di Sassalbo, si procede con la raccolta delle castagne, che successivamente vengono essiccate a fumo per 40 giorni e notti nel ‘grado’, un piccolo edificio in pietra articolato su due livelli. Il piano inferiore è destinato al fuoco, mentre quello superiore è utilizzato per ospitare le castagne. Una volta essiccate, le castagne vengono ‘battute’ per liberarle dalla buccia esterna, quindi selezionate e portate al mulino per la macinatura. Il risultato è una pregiata farina dolce, che in Lunigiana gode del riconoscimento europeo DOP (Denominazione di Origine Protetta). Questa farina viene utilizzata per preparare piatti saporiti ed energetici, come ad esempio: le pattone, i cian, le frittelle, il castagnaccio, le lasagne bastarde, la polenta dolce e il pane, contribuendo così alla tradizione gastronomica della Lunigiana.

  4. Quarta tappaLe Ghiacciaie

    All’inizio dell’inverno gli abitanti di Sassalbo sbarravano il fiume Rosaro con rocce, zolle erbose e terra. Con l’arrivo del freddo l’acqua stagnante si trasformava in una vasta distesa di ghiaccio, che veniva successivamente frammentata in blocchi e stivato nelle ‘ghiacciaie’. Queste costruzioni in pietra presentavano una sorta di volta, ormai nella gran parte crollata.
    Le ghiacciaie erano dotate di due aperture posizionate a livelli diversi: una per l’introduzione del ghiaccio e l’altra per la sua estrazione. I blocchi di ghiaccio così ottenuti venivano poi trasportati nottetempo agli ospedali o i centri urbani, dove venivano impiegati per la conservazione di medicinali e alimenti. Questa antica pratica rappresenta un interessante esempio di adattamento creativo all'inverno rigido, sottolineando l'ingegnosità della comunità locale nel garantire risorse essenziali in condizioni climatiche avverse. 

    Lungo il percorso è possibile osservare quel che resta di due ghiacciaie situate sulle sponde del torrente Rosaro e del Lago Padule. 

     

  5. Quinta tappaIl Torrente Rosaro

    Nei boschi che caratterizzano l’Appennino settentrionale si estende una rete ben sviluppata di piccoli corsi d’acqua che prendono origine dalle pareti rocciose o dalla base dei circhi glaciali. In particolare in quest’area scorre il Torrente Rosaro che ha la sua sorgente alle pendici del Monte La Nuda. 
    Le specie che colonizzano i margini dei ruscelli di montagna sono adattate a queste acque correnti relativamente fredde e ben ossigenate. Tra le piante presenti spiccano erbacee vistose come la gialla calta e diverse specie di salice. Le acque di tali torrenti sono inoltre popolate dalla trota mediterranea e una variegata popolazione di anfibi, tra cui il tritone alpestre insieme a numerosi invertebrati tra cui il gambero di fiume autoctono. Questo ambiente fluviale crea un habitat ricco di biodiversità, testimoniando la vitalità e l'equilibrio ecologico dell’area.

  6. Sesta tappaLe Torbiere

    Distanziandosi di alcune decine di metri dal percorso principale, nei pressi della casa cantoniera si trova la suggestiva località detta ‘le fosse’. Il suo nome trae origine dalla presenza di numerosi rivoli caratterizzate da acque in movimento lento e a bassa temperatura. Questi rivoli, serpeggiando fra i prati circostanti, creano una zona di torbiera contraddistinta dalla presenza di cuscinetti di Sfagno, un particolare muschio che ha raggiunto le nostre regioni nell’era quaternaria. Questa migrazione verso sud è stata causata dai cambiamenti climatici derivanti dalle glaciazioni, rendendo queste specie dei veri e propri relitti glaciali. Per tale motivo sono oggi considerati specie rare e protette. 

  7. Settima tappaI rimboschimenti

    In molte zone dell’Appennino e lungo il percorso proposto, si estendono ampie porzioni di terreno sottoposte a rimboschimento, un processo che ha avuto luogo fino alla fine degli anni ‘70 principalmente per rallentare l’erosione del suolo. I rimboschimenti sono chiaramente riconoscibili per la disposizione in filari degli alberi e per la presenza di specie principalmente esotiche come il Pino nero originario dell’Austria, l’Abete di Douglas originario del Nord America e conifere autoctone ma provenienti da vivai forestali, tra cui l’Abete bianco e l’Abete rosso.
    Questi boschi, caratterizzati dalla dominanza di sempreverdi, creano ambienti molto bui e suoli particolarmente acidi, determinando una scarsa diversità biologica. 

  8. Ottava tappaIl Lago Padule e il Circo Glaciale Valle di Pezzalunga

    La formazione dei laghi in quest’area è il risultato dell’azione dei ghiacciai che hanno plasmato le montagne durante l’ultima era glaciale. 

    Il Lago Padule è situato alla base della valle morenica di Pezzalunga, conosciuta localmente come Vallone dell’Inferno, uno dei più ampi circhi glaciali dell’Appennino. Questo lago, alimentato dal torrente Rosaro, rappresenta l’unico esempio di lago di sbarramento sul versante lunigianese, creatosi grazie ai detriti morenici depositati dalle lingue dei ghiacciai. Il Lago Padule è inoltre una significativa zona umida, abitata da specie vegetali comuni come la cannuccia di palude e da specie molto rare, tra cui il Trifoglio fibrino e gli eriofori con i loro caratteristici pennacchi bianchi.
    La sua formazione glaciale e la sua biodiversità rendono il Lago Padule un elemento distintivo e prezioso dell’ecosistema lunigianese.

  9. Nona tappaLe faggete

    Temperatura e piovosità variano in relazione all’altitudine, influenzando la distribuzione delle specie vegetali che perciò si adattano a differenti quote. Tra i 900 e i 1600 metri slm, domina la faggeta, con il faggio come presenza quasi esclusiva. All’interno di questo habitat, le fioriture sono prevalentemente primaverili precoci, si verificano cioè quando gli alberi sono ancora privi di foglie. Ciò accade perché i raggi solari riescono a penetrare nel sottobosco, favorendo la riproduzione di piante erbacee e arbustive.
    Nelle faggete è comune trovare ampie aree circolari con terreno di colore nerastro: queste sono le piazzole dove un tempo venivano realizzate le carbonaie, utilizzate per trasformare la legna in carbone.
    A quote più elevate, oltre al limite degli alberi, si sviluppano le praterie di alta quota, prevalentemente composte da specie erbacee. 

    Questi ambienti rappresentano una fascia distintiva dell’ecosistema montano, caratterizzata da una flora adattata alle condizioni climatiche e di altitudine specifiche.

  10. Decima tappaPasso dell'Ospedalaccio

    Il Passo dell’Ospedalaccio, conosciuto in passato come Passo delle Centocroci, è un valico molto ampio tra Toscana ed Emilia. Nelle vicinanze del passo sul versante toscano, sorgeva l’antico ospitale di San Lorenzo, dedicato all’accoglienza dei viandanti che attraversavano l’Appennino. Questo antico luogo di sosta fu successivamente abbandonato dai monaci e nel 1596 era già ridotto in rovina. Di conseguenza, il Passo assunse il nome di ‘Ospedalccio’. Le rovine dell’ospitale non sono attualmente visibili, in quanto l’area è stata ricoperta dopo la conclusione degli scavi archeologici, per proteggere i resti dalle intemperie e da possibili atti vandalici. Ben visibile è invece un cippo di confine del 1812, che segnava il confine tra la Repubblica Cisalpina dal Granducato di Toscana. 

    Il Passo dell’Ospedalaccio, con la sua notevole vista panoramica, offre la possibilità di raggiungere le Sorgenti del Secchia in un’ora. Lungo il percorso che conduce a questo punto, è possibile scorgere in lontananza sul versante emiliano la Pietra di Bismantova, un imponente massiccio calcareo inconfondibile ed isolato. 

  11. Undicesima tappaCanale dell’Acqua Torbida e area di erosione accelerata

    Alle pendici del Monte Alto (1904 m slm), il più alto dell’intera Provincia di Massa Carrara, si estende una vasta frana di considerevoli dimensioni. Questo fenomeno rappresenta un caso di erosione accelerata a monte che pian piano retrocede. Sulla base di simili eventi geologici accaduti in passato, è ragionevole presumere che in future ere geologiche si possa formare un varco sul crinale, congiungendo così la Valle del Rosaro con la retrostante e non molto distante Valle del Secchia.

    Il canale che sgorga alla base di questa frana è denominato “dell’acqua torbida” poiché trasporta una considerevole quantità di detriti, contribuendo ad intorbidire le sue acque lungo la discesa verso valle.

  12. Dodicesima tappaAffioramenti di Scaglia rossa

    La scaglia rossa affiora lungo questo percorso ed è una roccia sedimentaria silicea formatasi nelle profondità marine tra 60 e 35 milioni di anni fa circa, ad una profondità di circa 4000 metri. Presenta una tipica struttura scistosa, caratterizzata da sfaldatura in scaglie, ed è costituita da argilliti, rocce derivate da argille, che conferiscono a questa formazione un distintivo colore rosso cupo.
    Questo strato roccioso funge da strato impermeabile nella successione geologica, ciò lo rende scarsamente selettivo e favorisce la vita di numerose specie vegetali. Tra queste si annoverano il fiordaliso di montagna, l’elicriso e molte altre piante che trovano nelle caratteristiche di questa roccia un habitat adatto al loro sviluppo.

  13. Tredicesima tappaPrati pascoli di Camporaghena

    Raggiunta un’altitudine di circa 1000 m slm, il percorso attraversa i prati pascoli di Camporaghena, situati proprio sopra i gessi triassici, un particolare substrato che affiora sul versante di Sassalbo. Questa roccia, prevalentemente di colore bianco e dall’aspetto saccaroide, presenta un’elevata solubilità, dando origine a doline, cavità carsiche superficiali di forma approssimativamente circolare con dimensioni e profondità variabili. 
    Sui prati pascoli di Camporaghena è possibile ammirare un gran numero di queste formazioni, oltre un laghetto frequentato come luogo di sosta da cavalli semibradi, caprioli e diverse specie di uccelli migratori. Ancora utilizzati per il pascolo, questi ambienti sono affascinanti e in primavera si tingono di bianco grazie ai narcisi selvatici e ospitano numerose altre rarità botaniche, tra cui numerose specie di orchidee selvatiche, le genziane di Kock, le viole di monte, gli asfodeli e i tulipani selvatici. 

    ATTENZIONE!! Molti degli esemplari che si incontrano lungo il percorso appartengono a specie rare o a rischio di estinzione e sono inclusi nella lista Rossa delle specie italiane e nelle leggi regionali sulla Biodiversità della Toscana e dell’Emilia Romagna. Per questo motivo, è ASSOLUTAMENTE VIETATO RACCOGLIERLE. Un’ottima alternativa è invece quella di catturare la loro bellezza con delle foto e portarsi a casa un ricordo che non appassisce mai!

  14. Quattordicesima tappaGessi Triassici

    I gessi triassici, che affiorano poco a Nord di Sassalbo, sono rocce antichissime originatesi in mare per evaporazione dell’acqua e sedimentazione di sali, un processo avvenuto circa 220-210 milioni di anni fa. Queste rocce si presentano di colore bianco, con cristalli ben visibili ad occhio nudo, e sono caratterizzate da un’elevata friabilità. Inoltre la loro elevata solubilità ha originato frequenti fenomeni carsici, sia sotterranei come grotte ed inghiottitoi, che superficiali, come le doline, cavità carsiche di forma approssimativamente circolare e dimensioni variabili, ben evidenti sui soprastanti prati pascoli di Camporaghena.

    Sulla parete dei gessi di Sassalbo, è ancora possibile osservare facilmente le pieghe che si sono formate durante l’orogenesi, testimonianza visibile di antichi processi geologici.


     

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